A Sassari ci sarà un nuovo rifugio dopo i fatti della donna torturata.
Il caso della ragazza segregata e torturata per dieci giorni, ha accelerato il motore della lotta contro la violenza di genere a Sassari. Il Consiglio comunale ha approvato il progetto per la realizzazione del primo centro di accoglienza per le vittime di abusi. Il progetto è stato illustrato in aula dall’assessora Lalla Careddu. Lei stessa era rimasta scossa da ciò che è successo in città e aveva espresso parole di vicinanza per la 23enne sequestrata in via Leoncavallo dal suo ex compagno e liberata grazie alla mamma e le forze dell’ordine.
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La Careddu aveva via social annunciato che la vittima sarà sostenuta. ”Non è una bella giornata quella in cui ci si rende conto che una ragazza, una giovane della mia, della nostra città è stata tenuta prigioniera, schiava, abusata, torturata da colui che avrebbe dovuto amarla. Quella ragazza non sarà lasciata sola ed avrà tutto il sostegno che potremo garantirle, come amministrazione e come donne e uomini che non si voltano dall’altra parte”, aveva detto.
Questo tragico fatto in città non è un caso isolato, poiché anche un’altra coetanea della donna era stata segregata e torturata dal suo ex solo due mesi prima. Ciò ha messo la politica locale di fronte alla realtà: la violenza sulle donne purtroppo è un problema diffuso a Sassari e gli abusi che subiscono le donne, anche giovanissime, sono brutali, a volte fino a sfociare in femminicidi. Il nuovo centro di accoglienza servirà per rafforzare le tutele delle donne vittime di violenza perché destinato a ospitare quelle vittime che non hanno i requisiti per accedere alle case rifugio.
Il problema della vittimizzazione secondaria.
Gran parte di Sassari ha mostrato indignazione per ciò che è stato fatto a una ragazza così giovane. Tuttavia, nonostante l’incubo vissuto e la liberazione avvenuta grazie alle forze dell’ordine, c’è chi si fa beffa del dolore della giovane con l’omertà e la vittimizzazione secondaria. A soli 23 anni, dopo essere stata sottoposta a una disumanizzazione senza precedenti, questa giovanissima ha trovato la forza di metterci la faccia e parlare in televisione. Eppure, paradossalmente, c’è chi la mette sotto processo proprio per questo. Commenti privi di empatia che dimostrano come ancora oggi in Italia le denunce delle donne non si trasformano in atto di coraggio, ma in una colpa per aver osato a rompere il silenzio.
Da “Io non avrei voglia di rilasciare interviste dopo un simile calvario”, come commenta una donna a: “È già brava a sostenere un intervista”, commenta un’altra. “Se una frequenta i criminali”, scrive un altro. Fino al processo alla madre, che “ha impiegato 10 giorni per liberare la figlia”. Sono commenti che mostrano come ancora la violenza sulle donne resti un fatto privato. Un fatto da non raccontare, da non denunciare nemmno alle autorità possibilmente. Anche quando si tratta di gravi sevizie come quelle subite dalla giovane sassarese. Gente che si permette di dire quale sarebbe il modo giusto per gestire il dolore altrui, quel trauma che loro non hanno mai subìto in prima persona.
Del victim blaming avevo già parlato per il caso di una violenza sessuale avvenuta in Gallura due anni fa. In questo caso anche gente del paese non ha risparmiato la medesima logica patriarcale secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Eppure è solo grazie alle denunce se le donne si salvano da un brutto finale. La ragazza sequestrata in via Leoncavallo si è potuta salvare infatti solo grazie all’intervento della mamma, che ha allertato le forze dell’ordine, facendo scattare l’intervento. Altrimenti il finale sarebbe quello che conosciamo spesso.
Il centro di accoglienza.
Non solo per le violenze, ma anche per lo stigma sociale che ne consegue per chi decide di rompere il silenzio è molto importante che le donne vittime di violenza maschile trovino un luogo sicuro e segreto. Ed è questo progetto, che viene approvato all’indomani di questi brutti fatti, a rafforzare le tutele delle donne, per le quali sono stati investiti un milione e mezzo di finanziamenti regionali. La struttura di prima accoglienza offrirà assistenza temporanea, per un periodo massimo di 30 giorni. L’immobile sarà ubicato in un luogo volto a proteggere l’incolumità delle donne. Secondo l’esponente della giunta, la precedente mancanza di una simile struttura costituiva una lacuna significativa in un sistema di servizi che ambisce all’universalità. Careddu conclude evidenziando che l’attivazione della casa permetterà di gestire le emergenze con tempestività, offrendo a chiunque la concreta opportunità di avviare un processo di emancipazione sia sul piano materiale che su quello morale.




