La storia di Debora Pinna, la scrittrice di Mores che non può parlare

La sua forza l’ha portata a scrivere un romanzo.

Debora Pinna è una donna di 51 anni e da quando ne aveva 12 combatte con una malattia che l’ha costretta da anni su una sedia a rotelle e senza poter parlare: comunica attraverso il linguaggio dei segni ed il suo telefono. Ma la sua grande forza l’ha portata a scrivere un romanzo.

La sua vita sino al 17 febbraio 1981 scorre tranquilla. È una bambina normale come tante altre. Quel maledetto giorno, mentre si preparava per andare a scuola, sviene: soccorsa dai famigliari viene accompagnata all’ospedale di Macomer per accertamenti.

La famiglia di Debora in quegli anni viveva a Borore, perché il padre Giovannino lavorava in un azienda tessile del posto. Debora, poi trasferita a all’ospedale Sassari, riceve quotidianamente le visite dei genitori che non le fanno mai mancare l’amore, proprio come un padre e una madre sanno fare, nonostante il lungo tragitto da Borore all’ospedale di Sassari. Al San Camillo di Sassari Debora resterà ricoverata per tre lunghi anni, sino al 1984, durante i quali le sue condizioni di salute peggiorano ed arrivano a non poter più camminare in modo autonomo.

“A nostro parere nostra figlia è peggiorata perché su di lei sono state sperimentate delle cure, delle quali noi non eravamo a conoscenza e delle quali eravamo contrari “, denuncia il padre. I genitori di Debora quindi decidono di trasferire la figlia a Verona, dove finalmente riescono ad avere una diagnosi in merito alla malattia della loro figlia: encefalite causata da un morbillo non curato.

Debora dopo due mesi e mezzo di ospedale a Verona, rientra a Borore e nel 2001, si trasferisce con la famiglia nuovamente a Mores, dove aveva vissuto i primi tre anni di vita. Qui, grazie all’aiuto di un’educatrice del Comune, Maria Antonietta Sassu, decide di riprendere gli studi interrotti e dà con profitto l’esame per la licenza media, che consegue a 35 anni.

L’amore adolescenziale con un giovane ragazzo vissuto al San Camillo di Sassari, la porta ad appassionarsi di romanzi rosa, in particolare quelli scritti da Danielle Steel. Da qui la decisione di scriverne uno.

Impiega quattro anni dal 2013 al 2017: lo intitola “Colpo di fulmine” e lo dedica ad un uomo di Verona del quale si innamora via chat su un social network. Il giovane leggendo il libro, che viene stampato dai genitori di Debora in un centinaio di copie, resta lusingato ed invia a Debora un gioiello in omaggio e le chiede di incontrarsi di persona.

Ma la madre Giuseppina si oppone all’incontro, facendo irritare Debora che comunque non si perde d’animo e decide di presentare il libro a Giave l’8 marzo 2019 e poi a Borore, riscuotendo un grande successo di pubblico. Tutte le copie del libro, vengono regalate per scelta dei genitori e Debora, ha già iniziato a scrivere un secondo libro questa volta autobiografico.

“Se potessi camminare andrei a Parigi – scrive Debora nel suo telefono – . Comunichiamo attraverso quello o come con il linguaggio dei segni. Perché c’è la Torre Eiffel ed è una città romantica. Nella vita avrei voluto fare l’infermiera, ma le cose sono andate diversamente. La famiglia mi è sempre stata vicina ed ho affrontato la mia malattia col sorriso. Il messaggio che vorrei mandare a chi come me ha una disabilità è che la perdita è una esperienza.  Non bisogna mai perdersi d’animo, prendere le cose con filosofia e affrontare la vita nonostante tutto”.

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