Fare previsioni in Champions League è sostanzialmente un atto di fede. L’ho imparato guardando troppe partite in cui la squadra più forte sulla carta usciva per un rigore sbagliato o un portiere in stato di grazia. Però stavolta PSG e Arsenal mi sembrano davvero diverse, e non riesco a scrollarmi questa sensazione di dosso.
Il PSG di Luis Enrique non c’entra niente con quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Proprio niente. Quella roba con Neymar che ballonzolava mentre perdevano ai quarti era un’altra storia, un altro pianeta. Adesso hanno Kvaratskhelia che sguscia via come un’anguilla, hanno Dembélé che quando è in giornata è impossibile da contenere, e soprattutto hanno una mentalità collettiva che prima mancava completamente.
Contro l’Arsenal nel primo turno della semifinale, Dembélé ha segnato al quarto minuto con una freddezza disarmante. Uno-zero, partita in controllo, gestione quasi perfetta. Mica facile contro una squadra che pressa alta e ti toglie il respiro.
E l’Arsenal, appunto. Arteta ha costruito qualcosa che va oltre il modulo. I Gunners non hanno mai vinto la Champions, e questa fame si sente, si vede in campo, si percepisce anche solo guardando come entrano in area avversaria. Martinelli, Trossard, Odegaard: tre giocatori che nel primo scontro hanno messo sotto pressione Donnarumma in modo costante, anche dopo il gol subito. È un po’ come il calcio vissuto con passione anche nei campionati minori, tipo quello che racconta la promozione del Sassari Calcio Latte Dolce dove la fame di risultati muove tutto.
Però c’è una cosa che mi colpisce nel confronto tra le due. Il PSG sa già cosa vuol dire gestire le grandi notti europee. L’Arsenal un po’ meno, almeno a questi livelli. E questa differenza, magari in un momento di tensione al novantesimo, potrebbe pesare tantissimo.
Parliamo anche di un’altra cosa che spesso si sottovaluta: la gestione della panchina. Luis Enrique ha opzioni che cambiano le partite, giocatori che entrano e modificano gli equilibri in modo netto. Arteta lo stesso, per certi versi, ma con una rosa che ha qualche profondità in meno nei ruoli chiave. E nelle semifinali di Champions, dove ogni partita può girare in venti minuti, avere la soluzione giusta al momento giusto fa tutta la differenza del mondo. Basta un cambio indovinato, un dettaglio tattico, e la qualificazione cambia direzione.
Nel frattempo l’altra semifinale, quella tra Atletico Madrid e Arsenal, racconta una storia diversa. Un pareggio grezzo all’andata, gol solo su rigore da entrambe le parti, Gyökeres che segna il penalty al 44esimo e Julián Alvarez che risponde subito. Roba tesa, spigolosa, praticamente l’opposto del calcio spettacolare che vedi dall’altra parte del tabellone.
Simeone è Simeone. Quindici anni sulla panchina dell’Atletico e un modo di fare calcio che divide ma funziona. Arteta invece è alla settima stagione con i Gunners, e ha trasformato un club che annaspava in qualcosa di solido e riconoscibile in tutta Europa.
Quello che so è che queste partite meritano di essere seguite con attenzione, perché ogni dettaglio può cambiare tutto. Se vuoi vivere questa Champions con uno sguardo anche sulle quote, trovi tutto quello che ti serve su 1xbit.it.com.




