Il coronavirus e la crisi delle lavanderie: il grido d’aiuto dell’ozierese Caterina Pala

La storia della lavanderia di Ozieri.

Quasi vent’anni passati a lavare e stirare. Sette giorni su sette. Il lavoro non spaventa certo Caterina Pala, 48 anni di Ozieri, che aprì la sua lavanderia nel 2002.

Un settore che ha subito un grosso contraccolpo dovuto al coronavirus, in modo particolare perché tra i clienti molti erano locali, bar, e ristoranti che, dopo le chiusure di natale ora si ritrovano nuovamente in zona arancione trascinando con se diversi settori collegati in maniera diretta o indiretta.

Ciò che la preoccupa Caterina è proprio il calo del fatturato dovuto al Covid, che l’ha portata suo malgrado a decidere di mettere in cassa integrazione la sua storica dipendente e a restare a lavorare da sola nella sua attività. Una decisione molto sofferta.

Dietro queste due donne ci sono due famiglie, dei figli. Che grazie al lavoro nella lavanderia hanno sempre vissuto senza problemi. Anzi. Nei primi anni di attività, il lavoro cresce in modo esponenziale. Caterina infatti oltre che servire i privati, serve le forze dell’ordine che gli portano le loro divise, ma soprattutto arriva a servire molte delle attività commerciali di Ozieri e del territorio limitrofo.

“Le persone non escono più come prima – racconta Caterina – . I ristoranti, i bar, i b&b non mi portano più i tovagliati e le lenzuola da lavare come accadeva sino a poco tempo fa. Di fatto io ho avvertito il calo del lavoro, non tanto nel corso della prima pandemia a marzo del 2020, quanto dalla fine dello scorso anno. Il mio fatturato, come peraltro quello dei miei colleghi sardi ed oltremare, è calato del 70%. Il locale è mio, ma devo pagare il mutuo, le utenze. E mi domando perché lo Stato mi trovi sempre per mandarmi bollette e tasse da pagare, ma ad oggi la nostra categoria non ha usufruito di alcun aiuto da parte di nessuno”.

Le lavanderie infatti sin dal primo momento sono state inserite tra quelle attività che lo Stato considera essenziali. Di conseguenza non hanno chiuso, né hanno subito una diminuzione dell’orario di lavoro. Occorre ricordare che spesso dietro le lavanderie tradizionali ci sono intere famiglie che per coronare il proprio sogno hanno fatto leasing, mutui e che senza aiuti da parte dello Stato, non riusciranno a sopravvivere a lungo. Un lavoro che diventa ancora più fondamentale per l’igienizzazione dei capi ma, che a causa della riduzione dei clienti, rischia di sparire.

“Ho quasi finito di pagarmi i macchinari. Ho quasi 50 anni, secondo lo Stato devo cambiare lavoro alla mia età? Per fare cosa poi? Con la crisi che c’è in giro? Mi domando perché nessuno prenda in considerazione la nostra categoria. Perché le associazioni di categoria, tra le quali la Confartigianato ad esempio alla quale sono iscritta, non portano le nostre istanze nei tavoli di contrattazione a livello politico e non facciano valere i nostri diritti di individui e piccoli imprenditori”.

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