Zona arancione confermata, da Sassari alla Gallura il grido degli imprenditori: “Non sappiamo più come andare avanti”

Le reazioni alla decisione della zona arancione in Sardegna.

Il Tar ha respinto il ricorso della Regione confermando la permanenza della Sardegna in zona arancione. Secondo il presidente del tribunale amministrativo Dante D’Alessio ben quattro parametri non rientravano in quelli previsti per la zona gialla. Ovvero, la percentuale di posti letto di terapia intensiva, l’incidenza dei casi ogni 100.000 abitanti, la presenza di focolai di Covid in diverse aree della regione e la trasmissibilità dei dati.

Verosimilmente resteremo in zona arancione fino al prossimo pronunciamento del governo che avverrà il 5 febbraio. Nel frattempo, le reazioni a questa notizia non si sono fatte attendere. “Se il Tar ha motivato la permanenza della Sardegna in zona arancione ed ha verificato che i parametri sardi non sono adeguati alla gialla come previsti dalle misure del ministero, è evidente che non vi è stata da parte di quest’ultimo una cattiva interpretazione – dice Giuseppe Ruggiu, presidente di Confindustria Nord Sardegna -. Le aziende che rappresento nel 2020 hanno fatto enormi sacrifici per adeguarsi alle direttive del governo e dopo il primo lockdown, le aziende manifatturiere hanno segnato un incremento della produzione. Il problema oggi è sentito più che altro da bar, ristoranti e palestre che hanno necessità di riprendere a lavorare e di sapere di poter restare aperti per un periodo preciso”.

Tra i ristoratori sassaresi, un volto noto è quello di Daniele Piseddu, proprietario dello Speed Date e di altri locali, protagonista qualche giorno fa di un video di protesta contro il governo, diventato in poche ore virale.
“Noi siamo sfiduciati, non ci aspettavamo nulla da questo ricorso al TAR, eravamo già consapevoli che non sarebbe passato. Dovevano tutelarci prima, invece i nostri politici ci hanno abbandonato: nessuno di loro oggi viene a darci una mano – afferma Piseddu -. Si sentono solo imprenditori come me che si lamentano. Personalmente ho quaranta dipendenti in cassa integrazione ed io che ho sempre pensato positivo, oggi sono pessimista, perché non lavoro non a causa mia, ma del fatto che lo Stato mi impone di chiudere. E nel frattempo dobbiamo pagare tutto: tasse, affitti, bollette. Senza considerare che oltre alla ristorazione, da oltre un anno è fermo anche il settore del wedding. Dal 2020 al 2021, sono stati annullati oltre quaranta matrimoni che avevo già prenotati”.

Nel settore del wedding opera anche un imprenditore storico della Gallura, Pasquale Ambrosio, che oltre a far parte del rinomato Gruppo Ambrosio è il presidente di Confcommercio Olbia. “Tutto questo ha il sapore di una beffa – dice Ambrosio -. Questo continuo apri e chiudi non tiene conto di chi svolge un’attività. Serve programmazione, scorte: ma lo Stato non tiene conto di questo. È un problema da un punto di vista organizzativo e psicologico perché genera incertezza. Non si può giocare sulla vita delle persone. Rappresento seicento aziende e da tempo sentiamo parlare di pace fiscale, di fatto ad oggi inattuata. Come Gruppo Ambrosio abbiamo perso il 70% del nostro fatturato derivante dagli aeroporti di Cagliari, Alghero ed Olbia. Nel punto vendita in centro abbiamo perso tra il 25 ed il 30% del fatturato ed abbiamo dovuto mettere la metà dei dipendenti in cassa integrazione: di fatto noi gli garantiamo comunque il lavoro, ma le nostre rendite sono calate moltissimo anche peraltro nel nostro centro cerimonie che si trova nella zona industriale di Olbia. Ma noi siamo imprenditori e sappiamo che il rischio fa parte del nostro lavoro: il turismo qui fa ancora la differenza e vogliamo guardare con fiducia al futuro”.

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