Femminicidio Duarte, carcere a vita per il marito: “Gelosia anche a Porto Torres”

ana cristina duarte

Il femminicidio di Ana Cristina Duarte.

È stato condannato all’ergastolo, riconoscendo l’aggravante della crudeltà e gelosia, il marito che uccise Ana Cristina Duarte il 7 settembre 2024 a Pesaro. La Corte d’Assise di Pesaro, dopo quattro ore di camera di consiglio, ha stabilito il carcere a vita per Ezio Di Levrano, considerando anche il clima di abusi già dal periodo trascorso dalla coppia a Porto Torres.

Duarte uccisa con 8 coltellate.

Non solo Di Levrano era geloso di Ana Cristina, agendo per motivi futili e abbietti, ma sono stati riconosciuti anche i maltrattamenti contro la moglie per tutta la durata della loro convivenza, culminati in quelle otto coltellate davanti ai loro figli piccoli. Il femminicidio di Duarte fu scatenato dalla gelosia morbosa nel vedere la vittima parlare al telefono con un uomo. Questo episodio aggrava il femminicidio perché agito da una cultura del possesso. Una sentenza che riconosce come il femminicidio affonda le radici su un’idea della donna e del suo ruolo come subalterno e come questa sia inserita in un clima sistematico di abusi che ne precede il delitto.

L’uomo perde la patria potestà.

Riconosciuto anche un indennizzo per i figli rimasti orfani e per la madre della Duarte. Oltre alla pena del carcere a vita, la sentenza ha stabilito la decadenza della responsabilità genitoriale per l’imputato e un risarcimento economico provvisorio, quantificato in 100 mila euro per ciascuno dei figli, tutelati da un legale, e in 50 mila euro per la madre della vittima, residente in Brasile. L’avvocato difensore Salvatore Asole ha comunque già preannunciato il ricorso in appello contro la decisione. Questa sentenza mette in luce come la giurisprudenza riconosce finalmente le motivazioni sociali e culturali dietro la violenza di genere. La gelosia non è una giustificazione ma bensì un’aggravante del delitto.

La realtà dei femminicidi in Italia.

La violenza contro le donne rimane un’emergenza che il nostro Paese continua ad affrontare: nonostante una legislazione moderna, persistono ancora sacche di cultura patriarcale che faticano a riconoscere la piena parità dei diritti femminili.

Dall’inizio dell’anno a oggi, 24 giugno 2026, in Italia si sono già registrati 30 femminicidi. Proprio oggi un uomo in Toscana ha sparato la moglie e il figlio, uccidendoli entrambi. Questa recente tragedia famigliare mette in luce come nel nostro Paese le donne continuano a morire per mano di chi dice di amarle. Guardando ai dati italiani maggior parte di questi delitti, infatti, avviene tra le mura domestiche per mano di familiari o partner. In particolare, in 18 casi su 30 l’autore era legato sentimentalmente alla vittima. Ciò significa che nel 60% dei casi (quindi ben oltre la metà) a uccidere è stato proprio il partner o l’ex partner.

Nonostante si registri un lieve calo complessivo dei casi e l’Italia sia virtuosa in questo, la quota degli omicidi di donne nel nostro Paese continua a concentrarsi drammaticamente all’interno delle relazioni intime. Questa tendenza rende l’Italia uno dei Paesi europei con la più alta incidenza di delitti domestici compiuti da mariti, fidanzati o ex. Per fare un confronto, nella vicina Spagna i delitti commessi all’interno delle relazioni intime rappresentavano nel 2025 solo il 48% del totale. La differenza risiede nell’efficacia del modello spagnolo, che si distingue nel panorama europeo per la capacità di prevenire i reati e proteggere le vittime prima che sia troppo tardi.

L'autore

Giornalista freelance, da anni racconto il territorio della provincia di Sassari, occupandomi di cronaca e attualità locale. Conosco molto bene il Nord Sardegna e questo mi consente di trasformare i fatti in notizie, con l'obiettivo di offrire un'informazione trasparente e vicina ai lettori.

Condividi l'articolo