Dalla tv di Report a Sassari: Ranucci incanta il Teatro comunale

Sigfrido Ranucci al teatro comunale di Sassari.

Sigfrido Ranucci, volto simbolo del giornalismo d’inchiesta Rai e conduttore di Report, ha conquistato il pubblico di Sassari con il suo spettacolo “Il diario di un trapezista”. Dalle ore 21, per oltre due ore e mezza, il Teatro Comunale ieri si è stretto attorno alla figura del giornalista in un silenzio quasi magnetico. Non si è trattato di uno spettacolo nel senso tradizionale del termine: sul palco non c’erano finzioni, ma una narrazione limpida, verista e rigorosa che ha travolto la platea.

Gli anni della formazione di Ranucci e il contesto editoriale.

Il racconto si sposta sugli anni Novanta. Un periodo attraversato da cambiamenti profondi nel sistema dell’informazione. Un giornalismo d’inchiesta “scomodo”, focalizzato sui grandi misteri italiani che hanno attraversato quell’epoca della Gladio e i Servizi Segreti: fu uno dei primi a indagare seriamente sulle strutture paramilitari segrete in Italia. Questo tipo di inchiesta era considerato “tabù” perché toccava i nervi scoperti della NATO e della Guerra Fredda , capace di parlare un linguaggio internazionale e di rischiare in prima linea.

Resta nella memoria di Ranucci una frase detta dal suo maestro Roberto Morrione che esprime un’idea di giornalismo ambiziosa: “vedrete che dopo questi scandali ci riconosceranno il Pulitzer”. Ranucci così racconta di aver inseguito i passi coraggiosi e l’ambizione di un maestro come Roberto Morrione nell’essersi avvicinato il più vicino possibile a gli standard del giornalismo anglosassone poi successivamente nel marzo del 1991 si registrarono tensioni all’interno della redazione del TG1, in seguito alla nomina di Bruno Vespa alla direzione del telegiornale. In quel contesto, Roberto Morrione, allora responsabile della cronaca, vide ridimensionate le proprie funzioni nell’ambito di una riorganizzazione editoriale. Un giornalismo più istituzionale, attento agli equilibri politici (la cosiddetta “centralità del Palazzo”) e orientato verso un formato che avrebbe poi portato alla nascita di Porta a Porta. Non si trattò di una sostituzione diretta, ma di un riequilibrio dei ruoli che generò un conflitto di competenze.Dentro questo scenario prende forma un rapporto professionale decisivo.

Poi l’occasione che segnó la svolta per Ranucci : “Roberto Morrione mi mandó a New York con il secondo aereo dopo l’abbattimento delle torri gemelle”

La testimonianza delle Torri Gemelle di Ranucci a Sassari

Il racconto raggiunge uno dei suoi vertici. La memoria si fa concreta, sensibile, Ranucci non descrive, evoca. Lascia spazio all’esperienza diretta. “Ci sono cose che mi sono rimaste gli odori del bruciato e io ricordo ancora l’odore di bruciato all’interno delle torri gemelle come se fossero le madaleine di Proust i dipendenti si lanciavano dalle finestre per evitare le fiamme e io vedevo i cadaveri su i cornicioni”. La forza sta nella precisione nella scelta di non aggiungere nulla e il pubblico comprende.

Ranucci racconta a Sassari La guerra da inviato senza filtri.

Le immagini scorrono, Vietnam, napalm. La violenza reale, senza mediazioni. Poi il confronto con la rappresentazione cinematografica. Un cambio di prospettiva che interroga. Il racconto si concentra su Fallujah. Ranucci l’ha definito un laboratorio. Un luogo dove la guerra sperimenta nuove armi. “Mi metto sulle tracce di alcuni militari che avevano seguito le tracce delle nuove armi presenti su quel territorio e mi dicono ci sono tracce di WP il fosforo bianco che brucia spontaneamente a contatto con l’ossigeno, raggiungendo temperature superiori a 800°C.”. Qui emerge il principio guida del suo lavoro: “A che serve lo sguardo se non interroga?”. Da questa domanda nasce l’inchiesta, la verifica, il conflitto con le versioni ufficiali. “Gli Stati Uniti avevano mentito sull’uso del WP fosforo bianco all’interno di questa guerra”. La reazione non tarda: “Ci accusavano di aver detto una falsità”, ha spiegato.

Le inchieste al teatro comunale

Ranucci ha portato a Sassari anche il caso Parmalat. Un’indagine articolata. Il recupero di opere d’arte legate a Callisto Tanzi. Emergono metodo e pazienza, incontri, verifiche e lavoro sul campo. Poi il passaggio più delicato. L’incontro con Flavio Tosi. “lo incontro e Tosi mi registra di nascosto e mi dice che aveva bisogno di soldi per sparire dalla circolazione e fuggire”. Seguono accuse, pressioni, un momento di forte crisi personale. “Per la mia prima volta nella mia carriera ho pensato che la mia carriera fosse finita e ho tentato il suicidio”, ha dichiarato sul palco. Il racconto non cerca attenuanti, espone e mostra la fragilità. Poi l’esito giudiziario: “Tosi è stato poi condannato in primo grado per le modalità con le quali mi aveva a sua volta diffamato e subito dopo è stato per giunta candidato come sindaco di Verona”, ha detto il giornalista.

Il caso Tarantula e la verifica dei fatti.

Il dossier Tarantula è entrato nel racconto come esempio di disinformazione costruita. Le accuse hanno colpito direttamente il giornalista. La verifica le smontò. Il dossier si è rivelato falso. Resta un dato: il llavoro giornalistico richiede controllo continuo, espone a errori altrui e impone rigore.

Il vero significato metaforico dell’opera

Il finale del suo spettacolo riporta alla metafora del trapezista. Non è una chiusura retorica. È una sintesi. “La Teoria del trapezista , del mio maestro Roberto Morrione , nel Momento In cui ti senti più in difficoltà con un salto passa dal punto più in alto di un trapezio all’altro”. In questa immagine si concentra tutto. Il rischio, la scelta la responsabilità e il salto restano necessari anche quando manca la certezza dell’atterraggio. Ed è in quel passaggio sospeso che il giornalismo trova, ancora, entusiasmo e passione .

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