Giuseppe spanu morto nel carcere di Bancali.
Irene Testa ha denunciato sui social la morte di Giuseppe Spanu nel carcere di Bancali (Sassari) e l’abbandono delle persone fragili prima e dentro il carcere. La Garante dei diritti dei detenuti della Sardegna ha sentito la madre del 36enne che ha perso la vita per il caldo dentro il penitenziario sassarese e ha parlato della situazione vissuta dietro le sbarre dall’uomo e dai detenuti dopo essersi messa in contatto con la madre Elena. “Come sia potuto accadere e quali siano state le responsabilità lo accerterà la magistratura. Giuseppe era un bravo ragazzo. Bello, legatissimo a sua madre. Era entrato, come tanti altri, nel circuito penale per piccoli reati, dentro una storia segnata dal disagio psichiatrico e dall’abuso di sostanze”, ha spiegato con un post la Testa raccontando che la madre nonostante le lacrime ha mostrato molto coraggio.
Le chiamate alla mamma.
”Mi ha chiamata perché non riesce a capacitarsi di ciò che è accaduto, di come e perché suo figlio abbia potuto perdere la vita mentre era sotto la custodia dello Stato. E soprattutto perché, a Elena come a tante altre madri, il sostegno è mancato molto prima del carcere. Giuseppe avrebbe avuto bisogno di essere curato, seguito, sostenuto dai servizi territoriali. Servizi che troppo spesso sono assenti, insufficienti o incapaci di intervenire in tempo. Al punto che, per riuscire ad accedere a una comunità o a un percorso di cura, sembra quasi che si debba prima passare dal carcere”, ha detto svelando che il 36enne di Nulvi chiamava sua madre e le diceva che stava male”.
Attraverso le sue parole la Testa racconta che il giovane raccontava alla madre che aveva caldo e stava impazzendo. ”Elena ha visto Giuseppe anche dopo l’#autopsia. Provate solo per un istante a immaginare che cosa possa significare, per una madre, vedere il corpo di suo figlio in quelle condizioni. Me lo ha descritto nonostante tutto con una tenerezza che mi ha spezzato: continuava a parlarmi del suo sorriso. Del sorriso di Giuseppe, quello che per lei restava ancora lì, oltre tutto quello che era accaduto”, ha detto sui social.
La mamma del detenuto ha raccontato il dolore di un figlio che non c’è più. ”Io non sono riuscita a consolarla. Ho potuto soltanto ascoltare quel dolore profondo, quello che conoscono le famiglie quando un figlio entra in carcere e non torna più a casa. Perché dietro le sbarre non ci sono soltanto “criminali”. Ci sono persone fragili, persone malate, persone dipendenti, persone abbandonate. Ci sono tanti poveri cristi che avrebbero bisogno di cure, assistenza e sostegno, non soltanto di custodia”, ha sottolineato la Garante dei detenuti.
Testa: “Cosa gli è accaduto?“
Le ultime parole della sua denuncia sono concentrate sulla verità della sua morte. ”Ora bisognerà capire fino in fondo che cosa sia accaduto a Giuseppe dentro il carcere. Ma bisogna anche avere il coraggio di guardare a ciò che è accaduto prima, fuori dal carcere. Perché se Giuseppe è arrivato fin lì senza che il suo disagio venisse davvero intercettato, curato e sostenuto, allora il primo fallimento è stato quello dei servizi territoriali. La magistratura accerterà le responsabilità per ciò che è accaduto durante la sua detenzione. Ma c’è una domanda che viene prima e che riguarda tutti noi. Quante persone fragili finiscono ancora in carcere perché fuori non hanno trovato una cura, una comunità, un servizio capace di prenderle in carico? Quando il carcere diventa la risposta alla malattia, alla dipendenza e all’abbandono sociale, il sistema ha già fallito. E Giuseppe, prima ancora di morire in carcere, era già stato lasciato solo fuori”.




