Molestata e umiliata dal capo, l’incubo di una donna nel Sassarese

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Il calvario di una donna in provincia di Sassari, vittima di molestie e mobbing sul lavoro.

C’è un confine invisibile, oltre il quale il diritto al lavoro si trasforma in una lenta e metodica demolizione della persona. È il confine che ha varcato, suo malgrado, una donna che per anni ha lavorato in un’azienda nel Sassarese. Una carriera impeccabile, costruita con il sacrificio di chi ottiene un posto di lavoro e si presenta in servizio con puntualità e dedizione, oggi ridotta in macerie da un sistema che sembra aver scelto di proteggere il privilegio del forte e punire la dignità del debole. Suona inoltre come un ingiusto prezzo da pagare contro quelle donne che osano muoversi in un ambiente considerato maschile.

Anni di abusi.

La storia affonda le radici in anni di bullismo e molestie sessuali all’interno dell’azienda che si trova in provincia di Sassari. Quello che doveva essere un rapporto gerarchico si è trasformato presto in un assedio. Apprezzamenti indiscreti, commenti sul corpo e contatti fisici spacciati per “accidentali”, seguiti da scuse che sapevano di beffa. Ma la violenza non è rimasta confinata al tocco. Si è fatta psicologica, sottile e costante. L’uomo, un superiore, l’avrebbe davanti ai colleghi, l’avrebbe costretta a cercare oggetti inesistenti solo per il gusto di riderle alle spalle. L’avrebbe perseguitata anche fuori dall’orario di lavoro, accusandola di danni mai avvenuti, urlandole contro al telefono o, peggio, negandole assistenza tecnica durante i guasti come forma di ritorsione.

Il punto di rottura è arrivato quando la donna ha deciso di dire “basta”. Aveva chiesto che cessassero le molestie e le attenzioni non gradite, ma la risposta è stata una violenta escalation. Come accade spesso quando una donna esprime il suo dissenso o un lavoratore chiede diritti, il superiore, stando al racconto della donna, ha iniziato a pedinarla fisicamente nello stabile, impedendole persino di consumare il pasto o andare in bagno in pace. Sarebbe arrivato a negare la sua effettiva presenza in azienda durante i turni, screditandola sistematicamente davanti alla direzione. I corridoi si sono riempiti di sussurri: i colleghi riferivano di minacce di licenziamento e del suggerimento, atroce, di “scendere a compromessi” con l’uomo per non perdere il posto.

Ritorsioni dopo la denuncia.

Il paradosso più doloroso si sarebbe consumato proprio nel momento della denuncia. Così la vittima si è ritrovata davanti a un muro di gomma. Invece di tutelarla, come spesso accade purtroppo, l’azienda sembra essersi accanita contro di lei. Altri superiori avrebbero iniziato a tempestarla di urla, minacce verbali e contestazioni disciplinari costruite sul nulla, rendendole l’aria irrespirabile. Un mobbing sistematico volto a isolarla e distruggerne la resistenza professionale.

La perdita del lavoro e la depressione.

Oggi, quella dipendente che non aveva mai commesso un errore, vive l’incubo della malattia. Una profonda depressione causata dalle continue vessazioni le impedisce di tornare in quel posto di lavoro trasformato in una camera di tortura. Con la vita professionale spezzata e l’incertezza di uno stipendio che viene meno, resta la domanda bruciante rivolta a un’istituzione che è rimasta a guardare. Perché una donna, dopo una vita di correttezza, deve subire una simile violenza morale e fisica con l’avallo silenzioso dei propri datori di lavoro? Il molestatore, nel frattempo, resta al suo posto, impunito, mentre la vittima assiste al crollo della propria esistenza, completamente isolata e schiacciata sotto il peso di un’ingiustizia che non ha ancora trovato fine.

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