Barbara Serra racconta il fascismo e la sua famiglia a Porto Torres

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Barbara Serra racconta il fascismo nel cortile del parco della Basilica di San Gavino a Porto Torres. Qui ha presentato “Fascismo in famiglia”, il libro nel quale la giornalista ricostruisce la storia del nonno e il suo rapporto con il fascismo.

È un incontro che parte da una vicenda privata, ma finisce per interrogare una storia molto più grande. Quella della Sardegna attraversata dal sardismo e dal fascismo, delle miniere, della nascita di Carbonia e delle persone che vissero sulla propria pelle le conseguenze del Ventennio. A San Gavino il racconto entra subito nel rapporto tra memoria personale e memoria collettiva. Non c’è soltanto la ricerca storica. C’è anche il difficile tentativo di capire una persona della propria famiglia senza cancellarne le responsabilità.

“Ero convinta che l’avrei fatto solo da giornalista con un pizzico di nipote. Poi invece alla fin fine quello non solo si è rivelato impossibile, ma credo che ne avrebbe sofferto il libro”. Serra racconta di non aver mai conosciuto il nonno. Morì quando lei aveva appena due mesi. Le domande che avrebbe voluto fargli sono rimaste senza risposta. Restano però le lettere, gli archivi, i libri e i documenti sui quali ha costruito la ricerca. “Tante cose sul nonno non le saprò mai, perché alla fin fine non posso avere la conversazione e fargli le domande che gli vorrei fare. Ma di una cosa sono certa: è che lui era ed è rimasto sardista fino all’ultimo”.

San Gavino, dal sardismo al fascismo

Il passaggio dal sardismo al fascismo è uno dei punti centrali della storia raccontata durante l’incontro. Serra non descrive il percorso del nonno come una semplice scelta di convenienza. La sua adesione al regime, secondo la ricostruzione contenuta nel libro, fu convinta. “Lui non era uno che è diventato fascista così per pragmatismo. Lui ci credeva, adorava Mussolini”. La vicenda familiare si incrocia con quella di alcuni protagonisti della storia sarda del Novecento. Tra i nomi citati c’è Emilio Lussu e c’è la Brigata Sassari. Il filo della ricerca arriva poi a Iglesias e a Carbonia, dove la politica del regime incontra il progetto minerario e la costruzione di una nuova città.

“Per me la creazione di Carbonia sarà stata l’incoronazione di un sogno per lui”. Carbonia diventa così uno dei simboli attraverso cui Serra prova a leggere il rapporto tra fascismo, sviluppo economico e consenso. Una città costruita rapidamente e utilizzata dal regime anche come strumento di propaganda. Ma dietro le opere rimangono le persone e il costo umano di quel modello. La domanda, per Serra, non è quindi soltanto cosa abbia costruito il fascismo. “Per me la domanda è sempre stata: chi ha pagato il prezzo?”. La risposta porta direttamente nelle miniere. Il lavoro dei minatori, già duro, cambia con la militarizzazione degli impianti. “Quando viene militarizzata la miniera liberamente diventa una forma di schiavitù, perciò ovviamente i minatori hanno anche pagato il prezzo”.

Porto Torres, dalla memoria del fascismo alle guerre di oggi

Il confronto alla basilica di San Gavino si sposta poi dalla storia della Sardegna al presente. La riflessione riguarda il modo in cui le dittature costruiscono il consenso e il rapporto tra sicurezza, lavoro e libertà. “Credo che qualsiasi dittatura alla fine ha bisogno di un certo consenso. Devi zittire chi ti è contro, devi zittire i critici in qualsiasi maniera, violenza e oltre ovviamente fascismo e tante altre dittature, però devi creare un certo consenso”.

Il tema della guerra nasce anche dall’esperienza professionale di Serra, maturata seguendo conflitti e intervistando persone che quelle guerre le hanno vissute. Da qui la distanza tra il modo in cui un conflitto arriva nelle case attraverso la televisione e la realtà di chi vive sotto le bombe. “Perciò io credo che non è tanto che noi siamo abituati a parlare di guerra, ma non ne conosciamo la realtà veramente a meno che non sei la famiglia di qualche soldato che ha combattuto in Afghanistan o Iraq e tragicamente è morto lì”.

Nel corso della serata torna anche il tema delle leggi razziali. La ricerca negli archivi ha portato Serra a interrogarsi sulle responsabilità del nonno e, soprattutto, su ciò che non è riuscita a trovare nei documenti. “Non c’è niente che io abbia trovato che dica che il nonno abbia a voce alta si sia messo contro”. Una frase che non cerca assoluzioni. Al contrario, lascia aperta una delle questioni più difficili affrontate nel libro: quanto sia possibile comprendere le scelte di una persona senza trasformare la comprensione in una giustificazione.

“Non è una scusa, però è una spiegazione”. È anche questo il senso della serata nel cortile di San Gavino. Una storia familiare diventa una porta d’ingresso sulla Sardegna del Novecento. E il racconto di un nonno fascista porta il pubblico a interrogarsi sul rapporto tra memoria e responsabilità, tra ciò che una famiglia conserva e ciò che una comunità deve continuare a ricordare.

L'autore

Studio Scienze della Comunicazione a Sassari e il giornalismo per me è da sempre più di una passione. È il tentativo di raccontare la verità. Sempre e a ogni costo

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