Segregate e torturate, l’orrore della violenza di genere che si ripete nel Sassarese

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Il problema della violenza di genere nella provincia di Sassari.

Gli ultimi casi nella provincia di Sassari torna a tingersi dei colori cupi della violenza sulle donne, lasciando emergere una realtà drammatica che scuote le coscienze e interroga profondamente la comunità locale. L’ultimo terribile episodio registrato ad Alghero, dove una donna è stata brutalmente segregata e rasata davanti alla figlia all’interno delle mura domestiche, rappresenta solo la punta di un iceberg fatto di sopraffazione.

Questa vicenda non è purtroppo un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce in un solco già tracciato da drammatici precedenti nella stessa città di Sassari, dove dinamiche di controllo esasperato e reclusione forzata hanno già violato in passato la dignità e la vita di altre donne. Un caso analogo infatti era accaduto nel mese di febbraio contro una giovanissima donna, segregata dal fidanzato e violentata perché voleva da lei un figlio. Il caso, così grave, da essere inserito il reato di tortura, è sbarcato nelle cronache nazionali.

I dati in Sardegna.

Questi ultimi fatti di cronaca sollevano il velo su una piaga sociale che in Sardegna continua a mostrare cifre inquietanti e una diffusione capillare, posizionando l’isola drammaticamente spesso al centro delle cronache nazionali per casi di maltrattamenti e femminicidi. Nonostante la gravità e la frequenza di tali episodi abbiano ormai superato ogni livello di guardia, nell’isola persiste e pesa ancora in modo drammatico la cultura del silenzio. Si tratta di un muro invisibile fatto di paura, vergogna, isolamento sociale e, talvolta, di una persistente ritrosia culturale a denunciare quanto accade tra le mura di casa.

Questo silenzio complice finisce per soffocare le richieste d’aiuto prima ancora che possano raggiungere le forze dell’ordine o i centri antiviolenza, lasciando le vittime sole di fronte ai propri aguzzini. I ripetuti traumi collettivi legati ai femminicidi che hanno insanguinato la regione negli ultimi anni non sono ancora bastati a scardinare del tutto questa barriera, rendendo evidente come la battaglia contro la violenza di genere non si debba consumare solo nelle aule di tribunale, ma richieda prima di tutto una profonda e radicale rivoluzione culturale capace di trasformare l’omertà in solidarietà e l’ascolto in azione tempestiva.

Il problema dei femminicidi.

Un problema nazionale. Anche nel 2026 la violenza di genere e il triste fenomeno dei femminicidi non sono cessati. Nonostante le recenti leggi e le aggravanti, in cinque mesi in Italia sono state 24 le donne uccise. Le ultime due sono state uccise tra le mura domestiche da parte del partner a soli due giorni di distanza, sabato 30 giugno e lunedì 1 giugno. Seppur con un calo più deciso nei primi mesi rispetto allo scorso anno, 14 donne sono state uccise all’interno di una relazione affettiva cessata o in corso dal 1° gennaio al 31 maggio.

Federica Torzullo, Linda Iyekeoretin, Luigia Rossi, Maria Assunta Currà, Daniela Zinnanti, Valentina Sarto, Patrizia Lamanuzzi, Drita Mecollari, Loredana Ferrari, Adriana Mazzanti, Stefania Rago, Milena Vitanov, Samantha Zironi e Alessandra Bruno. Sono questi i nomi delle 14 delle 24 donne uccise in Italia fino al 1° giugno del 2026 per mano di partner ed ex. Il mese di aprile è stato quello più sanguinoso, con un’escalation di femminicidi che si è verificata dal 18 al 23 aprile. Come quello recente a cavallo del 30 e del primo giugno. Una ogni 2-3 giorni. Purtroppo il rafforzamento del Codice Rosso non ha fermato la violenza domestica e i femminicidi, che richiedono un intervento di tipo culturale per scardinare l’idea del possesso sul corpo e le vite femminili.

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