L’identità sarda in mostra a Sorso con “Sulle Ali della Tradizione”.
Gli abiti tradizionali diventano chiave di lettura per riscoprire storia e identità del nord Sardegna nella mostra “Sulle Ali della Tradizione“, allestita al Palazzo Baronale di Sorso. L’esposizione, aperta dal 5 al 19 giugno, è promossa dall’amministrazione comunale attraverso l’assessorato al Turismo e alla Cultura con l’intento di preservare e trasmettere un patrimonio di grande valore. Il percorso, curato da Vanna Pina Delogu, riunisce costumi provenienti da numerosi centri, tra cui Sorso, Sennori, Sassari, Castelsardo, Olmedo, Alghero, Chiaramonti, Ittiri e Mamoiada. Ogni abito racconta un frammento di vita collettiva attraverso tessuti, colori e ricami che riflettono tradizioni radicate nel tempo. L’iniziativa offre così l’opportunità di avvicinarsi a un’eredità culturale ancora viva, fatta di gesti, simboli e saperi tramandati di generazione in generazione.
Come nasce la mostra “Sulle Ali della Tradizione”?
“La mostra nasce dalla volontà dell’amministrazione comunale di Sorso, in particolare dell’assessorato alla Cultura e al Turismo, di valorizzare non soltanto le tradizioni artistiche e culturali della nostra comunità, ma anche quelle degli altri paesi rappresentati nel percorso espositivo. L’obiettivo è raccontare l’identità profonda dell’intera Sardegna, superando i confini delle singole realtà locali per mettere in dialogo comunità diverse, accomunate dalla stessa matrice culturale. Le differenze negli abiti, nei linguaggi e nelle usanze non rappresentano elementi di divisione, ma espressioni differenti di un unico patrimonio condiviso”.
Qual è il significato culturale dell’esposizione?
“Sulle Ali della Tradizione è il primo nucleo di un progetto destinato a crescere nel tempo. L’intenzione è ampliare progressivamente la collezione attraverso l’acquisizione di ulteriori abiti e suppellettili che consentano di ricostruire in maniera sempre più completa il sistema di vita delle generazioni passate. Si tratta di un importante lavoro di ricerca, conservazione e valorizzazione della memoria storica, con l’obiettivo di trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza delle proprie radici, indispensabile per comprendere il presente e costruire il futuro”.
Chi ha contribuito alla realizzazione della mostra?
“La mostra è stata resa possibile grazie alla generosa collaborazione di cittadini, associazioni culturali ed enti che hanno messo a disposizione abiti tradizionali e oggetti appartenenti al patrimonio storico e culturale della Sardegna. Un contributo fondamentale è arrivato dalle associazioni di Sorso, Sennori, Sassari, Castelsardo, Chiaramonti, Alghero, Olmedo, Ittiri e Mamoiada, che hanno concesso in comodato gratuito numerosi manufatti. Ogni oggetto esposto racconta una storia fatta di comunità, gesti quotidiani e saperi tramandati nel tempo”.
La mostra espone soltanto abiti tradizionali?
“Assolutamente no. Il percorso si sviluppa su diversi livelli narrativi. Accanto agli abiti trovano spazio fotografie, dipinti, pannelli didascalici e numerose suppellettili che testimoniano le attività lavorative del passato, soprattutto quelle legate al mondo agricolo. Nell’allestimento del piano nobile del Palazzo è stata data particolare rilevanza alla scena dedicata alla produzione del vino, rappresentata da un uomo davanti al torchio. Una scelta simbolica, poiché il vino è da sempre profondamente legato alla storia e all’identità di Sorso”.
Quale immagine accoglie i visitatori nel salone principale?
“Il salone centrale presenta una scena vivace e colorata in cui sono raffigurate coppie di personaggi provenienti da diversi paesi della Sardegna. Ho immaginato che stessero partecipando a una festa del vino. L’immagine vuole trasmettere un senso di allegria, armonia e unione tra le comunità. Osservandola, si ha quasi l’impressione che da un momento all’altro i personaggi possano iniziare a danzare”.
Come si articola il percorso espositivo nelle sale laterali?
“Le tre sale adiacenti al salone centrale sono dedicate principalmente agli abiti tradizionali di Sorso, presentati nelle diverse varianti che distinguevano il genere, lo stato civile e la classe sociale di appartenenza. Nel passato l’abito era un vero e proprio linguaggio sociale: permetteva di riconoscere immediatamente il ruolo occupato da una persona all’interno della comunità”.
Cosa racconta la prima sala?
“La prima sala è dedicata al mondo contadino. L’abbigliamento maschile era caratterizzato dal tradizionale abito nero, diffuso in gran parte della Sardegna. Per le donne spicca invece la caratteristica faldhetta cuvaccadda, una sorta di manto che copriva il capo e le spalle fino ai fianchi. Completavano l’abbigliamento la jacca (blusa), l’ampia gonna e il grembiule. Particolarmente interessante è la presenza, all’interno della gonna, della busciàcca o busciacchèra, una grande tasca dove le contadine custodivano spesso la rasoggeddha, un piccolo coltello utilizzato per raccogliere erbe (aromatiche, medicamentose, commestibili), foglie di palma nana. Da queste ultime si ricavavano corde, scope e altri oggetti indispensabili nella vita quotidiana in quel mondo agricolo, che alimentavano anche un importante commercio in tutta l’isola”.
Quale valore aveva la faldhetta cuvaccadda?
“Era il simbolo dell’abbigliamento delle donne appartenenti ai ceti medio-bassi e costituiva una parte importante del corredo nuziale preparato dalle madri per le figlie. I colori variavano a seconda dello stato civile: più vivaci per le ragazze nubili, più sobri per le donne sposate, fino al nero riservato alle vedove. Questa particolare veste colpì profondamente i viaggiatori, gli artisti e gli studiosi che visitarono la Sardegna tra Settecento e Ottocento. Tra questi, Gaston Vuillier descrisse le donne di Sorso come vere e proprie dee quando le vide percorrere il viale che conduceva alla fonte Billèllera. La luce filtrata dagli olmi illuminava i loro manti fluttuanti, creando un’immagine suggestiva e quasi mitologica”.
Quali particolarità presenta la sala dedicata agli abiti di gala?
“La sala centrale ospita gli abiti festivi e di rappresentanza, realizzati con tessuti pregiati, ricami, dorature e veli raffinati che soltanto le famiglie più agiate potevano permettersi. Particolarmente interessante è l’abito maschile celeste, una peculiarità di Sorso che si distingue dal tradizionale abito nero diffuso nel resto dell’isola. Questo elegante abito era composto da un corpetto celeste in fustagno o orbace a doppio petto, impreziosito da due file di bottoni. La sua esistenza è documentata anche da fonti archivistiche. Un inventario del 1794 relativo ai beni del nobile Andres Addis, ufficiale della baronia di Romangia, cita infatti casacche, mantelli e giubbe di colore azzurro e celeste, testimonianza dell’antica diffusione di questa particolare foggia”.
Cosa racconta invece la terza sala?
“La terza sala documenta le trasformazioni che, dalla seconda metà dell’Ottocento, interessarono l’abbigliamento tradizionale sotto l’influenza delle nuove mode urbane e borghesi provenienti dalla penisola italiana. Dopo l’Unità d’Italia, il rinnovamento culturale e sociale coinvolse anche la Sardegna e raggiunse in particolare le comunità costiere. Sorso, come altri centri affacciati sul mare, divenne una realtà di mediazione culturale che recepì rapidamente le nuove tendenze. Questo fenomeno contribuì al progressivo abbandono dell’abito tradizionale nelle zone costiere, mentre nelle comunità dell’interno esso continuò a essere utilizzato più a lungo. Le donne del mondo contadino, tuttavia, continuarono a indossare la faldhetta cuvaccadda fino a tempi relativamente recenti, sia per ragioni economiche sia per il rigido rispetto delle convenzioni sociali che regolavano l’abbigliamento dei diversi ceti”.
Quale messaggio desidera lasciare questa mostra ai visitatori?
“Il messaggio è semplice ma fondamentale: conoscere il passato significa comprendere meglio chi siamo. Gli abiti, gli oggetti, le immagini e i racconti custoditi nella mostra non appartengono soltanto alla storia di Sorso, ma a quella dell’intera Sardegna. Sono testimonianze vive di una cultura che continua a parlare al presente e che merita di essere conosciuta, rispettata e tramandata alle future generazioni”.
